Federica Alba Di Raimondo
Indice
Bio
Federica Alba Di Raimondo è nata a Caltagirone nel 1988. Giornalista freelance, è stata studente della Scuola di giornalismo Lelio e Lisli Basso specializzata in inchiesta e reportage. Ha lavorato come mediatrice culturale in progetti di divulgazione degli studi queer e nell’ambito dei diritti delle persone migranti, cooperando con i centri di accoglienza di organizzazioni non profit in Italia e in Grecia. Attualmente vive a Milano e collabora con la redazione della rivista Altreconomia.
Vittorio Graziano: 50 Anni di Fotografia (1974 – 1924)

Vittorio Graziano – Federica Alba Di Raimondo – Pippo Pappalardo
Nulla può essere visto del tutto “La verità accade muta, ma nuda una luce senza vanto
un bouquet d’ombre impagliate”
Santo Burgio
Le mostre e i musei sono luoghi accessibili a diverse persone, esperte o curiose, motivate o fortuite, cieche o vedenti. La fotografia in bianco e nero di Vittorio Graziano è un viaggio dal 1974 al 2024; un’istantanea frammentata in diversi scatti che può dirci alcune cose di lui, diverse dei soggetti che ritrae, ma molto di più di noi e di come siamo persuasi di guardare e cogliere la realtà dal bianco al nero delle sue scale cromatiche.
Nel corso dei miei anni come viaggiatrice ho spesso attraversato i luoghi, le piazze e le sale espositive chiudendo gli occhi e allungando una mano per accarezzare altre sensazioni e persino cercare altri inneschi percettivi. Vedo le cose, ma come le guardo? mi chiedevo. Un’interrogazione fra occhi e coscienza epistemica opera nella tessitura della mia esperienza.
Oggi mi domando quanto vediamo della realtà in una fotografia, il risultato di uno scatto che riporta la fedeltà di una sezione di tempo e spazio; ma in quali rappresentazioni, limiti e proiezioni? Sono in dialogo con la mia cecità simbolica da un po’ di tempo e reputo che le opere d’arte non si ammirino essenzialmente ad occhi aperti, neanche quando sono fotografie.
Sembra un aspetto apparentemente confuso, ma ha per me una coerenza con la maturità di un’esperienza artistica.
Una mostra di opere d’arte è l’esibizione di un intento e di una visione (propriamente) che può essere recepita o mancata come ogni comunicazione. Chiudere gli occhi (allentare la dominanza della vista e delle sue certezze indotte) può essere un esercizio utile per comprendere in quanti modi si emani un linguaggio che vuole diffondersi; così come pure utile può essere comprendere che tenerli aperti non è sufficiente a vederne l’interezza o l’ampiezza.
Guardare le fotografie di Vittorio Graziano ha un valore prezioso: ritrae l’interesse di un autore, il suo movimento e l’evoluzione; tuttavia: è agli occhi che appare l’intensità del suo desiderio artistico o è forse nella nostra predisposizione ad apprenderlo? La vista cioè, anche nella fotografia, non è una scelta che va fatta in via preliminare sapendo che non si conclude con gli occhi?
José Saramago affermava che solo in un mondo di ciechi le cose saranno ciò che sono veramente ed io, da qualche tempo, ritengo che vedere e guardare siano attività volontarie, dagli esiti ineluttabilmente approssimativi e relativi. Pertanto chiudo gli occhi sull’arte come si apre lo sguardo sulle ombre della vita e suppongo di aver appreso che non ci si illumina guardando la luce, ma diventando consapevoli del buio. La fotografia, nonostante l’evidenza della sua meccanica, rischiara fortissimamente il senso di questo insegnamento.
Quello che vorrei dire delle fotografie di Vittorio Graziano è che tutto quello che rivelano risiede forse nel nascondimento, nel momento immediatamente successivo alla vista, laddove comincia la relazione con la memoria di ciò che abbiamo veduto e sorge la domanda su ciò che non ci è stato svelato.
La vista può essere la cosa più oscura quando non dubitiamo della sua apparenza. Lo sguardo consapevole sostiene ciò che gli occhi non rivelano.
Federica Alba Di Raimondo