Giuseppe Cicozzetti
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Bio
Biografia di Giuseppe Cicozzetti
Vittorio Graziano: 50 Anni di Fotografia (1974 – 1924)
Conosco Vittorio Graziano da troppo tempo per non comprendere che dietro lo scrupolo del curatore, il tenace e attento organizzatore di rassegne fotografiche – il MED PHOTO FEST, organizzato dall’Associazione Culturale Aps Mediterraneum di cui è presidente, è giunto alla sedicesima edizione – non battesse un cuore fotografico.
In tutti questi anni, in cui in qualità di collaboratore ho potuto saggiare l’entusiasmo, Vittorio Graziano ha svolto una ricchissima opera di divulgazione della cultura visuale. Il suo sguardo è aperto e sinceramente appassionato ai grandi della fotografia come alle novità internazionali, con una attenzione particolare ai giovani autori cui offrire un’occasione per esprimersi. Noi sappiamo che troppa passione rivela sempre la nostra vocazione, e questa affiora come un grido insopprimibile, come un’urgenza che ora, dopo avere espedito una lunghissima attività fotoamatoriale, vede la sua conclamazione nelle diverse attività della promozione fotografica – e tutti gli autori che negli anni hanno partecipato alle diverse edizioni del MED PHOTO FEST sanno di dovere molto a Vittorio Graziano.
Qui non parlerò di lui in veste di eccellente organizzatore – a dare una semplice quanto parziale mole del suo impegno basterebbe dare una scorsa alla storia dall’Associazione Mediterraneum – parlerò invece risalendo la corrente per giungere dove è nato tutto, e dove prosegue riversando silenziosamente, privatamente la sua inestinguibile passione: l’attività di fotografo. Scorrendo la quantità di fotografie scattate nel corso di una vita e considerato il naturale passaggio del tempo – lo stesso che incide inevitabilmente sulle nostre scelte – realizziamo che lo sguardi fotografico di Vittorio Graziano si sia posato su ogni cosa con la leggerezza di chi vuole comprendere anziché giudicare. Un gesto, un volto, un paesaggio, i luoghi del mondo destano l’attenzione del fotografo per reclamare il diritto a essere sottratti all’oblio. Così il fotografo è chiamato a stabilire col soggetto, sia umano che inanimato, una momentanea, sottile sfida volta a decodificare il senso che è contenuto dentro ogni cosa.
Quando si parla di fotografia, specialmente del suo rapporto nella ripetizione di immagini che consideriamo “già viste”, non dovremmo mai perdere di vista le parole non già di un fotografo ma di uno scrittore, Carlo Emilio Gadda, che con puntualità suggerisce un monito applicabile alla fotografia che non dovrebbe mai essere perso di vista: «Non esistono vite indegne d’essere raccontate; esistono però modi indegni di raccontarle». Questa espressione dovrebbe imporsi nella mente di un fotografo con la stessa luminosità indicativa di un faro. E dovrebbe farlo proprio per il rispetto della vocazione in comune tra fotografia e letteratura: il racconto. Chi fotografa in fondo non smette mai di raccontare. Che sia un dettaglio, una visione, o semplicemente il desiderio di scolpire nella memoria un dettaglio o un vezzo che non ci hanno lasciati indifferenti al termine della nostra attività, quando cioè ci soffermiamo a osservare il lavoro di una vita come fosse una specie di consuntivo, il nostro lavoro avrà contribuito alla costruzione di una memoria personale spendibile sul piano collettivo. Solo se è riconosciuta nell’esperienza collettiva infatti potremo dire di avere un’identità, soli siamo nulla. Eppure, con la forza di un potente quanto irriverente ossimoro, la fotografia è un “mestiere” che per essere svolto richiede alcune condizioni, tra la più inquietante c’è la solitudine.
Vittorio Graziano obbedisce a queste imposizioni al pari di ogni fotografo, e trasloca la silenziosa, muta irrequietezza fin dentro le sue visioni. Ovunque esse appaiano. Ovunque cioè dove l’apparato di segni, di situazioni si attivano per stringere un patto fulmineo con il fotografo; un patto che sancisce che tra i due si è stabilito un flusso di ri-conoscenza. È in questo frangente che un fotografo scatta, durante la pacificazione tra sé e il circostante. A questo proposito non è affatto fuori luogo affermare che non esiste una fotografia che non contenga tracce, più o meno evidenti, della biografia di un autore.
Se, infatti, come abbiamo segnalato appena poche righe sopra, che una fotografia nasce dall’intimità che si stabilisce tra il fotografo e il soggetto – che non necessariamente dev’essere una donna o un uomo – anche quando questo è un monumento, la via di una città, il contatto, una volta innescato si incista sul significato del tempo, fino a scardinarlo.
L’attività fotografica di Vittorio Graziano sembra proprio alludere questo delicato concetto: il tempo, così come lo conosciamo, con il rigore logico della linearità, in fotografia è polverizzato sull’altare della fondazione di un tempo circolare, uno spazio nel quale tutto torna per essere rielaborato, ripensato e consegnato a nuova luce.
O semplicemente, è questo il caso, rivelate per la nostra ammirazione. Vittorio Graziano, attraverso le sue immagini di una vita, ci invita a un viaggio. Ci invita cioè a condividere con lui lo stesso percorso, una traiettoria a volte intima e privata – come le fotografie famigliari – molto più spesso intinte nella grandiosità di un viaggio. In entrambi i casi ravvisiamo il desiderio di raccontarsi, sinceramente. Quanto vediamo in mostra rappresenta un’antologia che, finché non diventa retrospettiva, conserva il sapore di qualcosa ancora in fieri nonostante il tempo trascorso.
La fotografia di Vittorio Graziano, nella sua articolazione, rende omaggio in primis alla stessa fotografia. Anzi, di più. Districandosi con abilità tra i generi fotografici, ci manda a dire che il sostantivo “fotografo” regge senza l’ausilio di aggettivazioni. Qui c’è un grande malinteso da sciogliere. In fotografia i “generi” sono un’invenzione della critica (fotografo di moda, fotografo concettuale, fotografo di paesaggio, fotografo ritrattista e ultimo ma non ultimo fotografo “artista” che, come sostiene il nostro amico comune Ferdinando Scianna, nelle intenzioni del presunto artista vorrebbe porsi in cima alla classifica delle specializzazioni), un’invenzione che paga una sorta di inferiority complex verso la storia dell’Arte. Il risultato è che le cosiddette specializzazioni – che pure esistono – hanno avuto il potere di rendere il sostantivo “fotografo” una parola monca, zoppicante se non accompagnata da una specificazione. Un fotografo è un fotografo.
Ed è in ragione di questa consapevolezza che le fotografie di Vittorio Graziano ci appaiono disinnescate da qualsivoglia vertigine alla moda e restituite alla loro più importante funzione: narrare, narrare e ancora narrare.
Confesso la mia sorpresa. Come ho scritto all’inizio di questo intervento conosco Vittorio Graziano in qualità di curatore, pur senza farmi illusioni circa un suo diretto coinvolgimento nella fotografia. Ma osservando ognuna di esse ho compreso come la sua passione per la fotografia sia attiva e abbia radici ben radicate. È come un virus la fotografia, una volta insediato nell’organismo non va più via, e se va via lascia il ricordo di sé in modo indelebile. Guardare il mondo da dietro un otturatore, scegliere tempi di apertura del diaframma e poi precipitarsi a vedere rinvenuta l’immagine “nata da un veleno e dalla luce” (A. Boito) è un’esperienza formativa, ma per l’osservatore non c’è meraviglia più grande che il dispiegarsi di fotografie che, irrobustite dalla sensibilità di un autore, ci aiutano a comprendere le cose del mondo.
Le fotografie di Vittorio Graziano, che potremmo definire “ritrovate”, tanto a lungo sono rimaste protette, segnalano un percorso personale e professionale che andava condiviso con tutti noi. Il tempo lo pretendeva. Il tempo imponeva che le fotografie di Vittorio Graziano fossero mostrate e, insieme alle immagini, che fosse ritrovata la voce di un fotografo.
Giuseppe Cicozzetti
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