Mostre Personali 2025 – Paola Francesca Barone – Lontano da me



Non siamo fatti per un solo io. La pressione sociale o familiare può costringere in un’identità che comprime l’io fino a soffocarlo e Pirandello ce lo insegna: ci sono un vero io e una o molte maschere.
Ma quello dell’unità è solo un pregiudizio e sbagliamo ad aggrapparci ad esso. Partiamo dal presupposto che esista un’identità stabile e immaginiamo di essere una persona, mentre siamo un insieme di personaggi. L’io è sempre provvisorio e la nostra identità è una disposizione di frammenti di essere che il caso ordina senza necessità di regole.
L’idea dell’unità del soggetto è radicata in noi da tempo e viene introiettata sin dall’infanzia, quando si inculca l’ideale di un soggetto unificato, capace di concentrarsi su una cosa, di unirsi, di essere uno. Invece ci disperdiamo continuamente e sopportiamo la nostra esistenza proprio perché siamo capaci di essere mentalmente altrove, perché possiamo interfacciarci con il reale, rivestendolo con il velo dell’immaginazione e rendendolo fantasmagorico.
L’idea di una soggettività multipla ha da tempo sollecitato il pensiero filosofico; già a partire da Pascal e Hume si considera la questione dell’irrealtà dell’io. “Io sono io“ lontano dall’essere un’evidenza assoluta, rivela l’assolutezza dell’angoscia di non avere un io, ma di essere in balia dei casi della vita. Quell’unità che la memoria di ciascun individuo potrebbe garantire potrebbe essere pura apparenza e i ricordi sarebbero un caleidoscopio la cui paternità sarebbe attribuibile a una varietà di persone.
Per lo psicanalista J. B. Pontalis diamo alla nostra esistenza una forma incoerente nelle varie fasi della vita e attraverso i vari ruoli che siamo costretti ad assumere; tale forma assunta sarebbe non dissimile da una successione di scene oniriche, slegate le une dalle altre e prive di un reale nesso logico. E tuttavia questo darsi “una forma”, seppur incoerente, richiede uno sforzo, una tensione che si impone alla coscienza.
“E’ faticoso essere una persona”, sentenzia Bergson, perciò al soggetto sfibrato da siffatto sforzo la natura plastica della coscienza, che ora si comprime e ora si rilascia, offre momenti di dissociazione, di “vacanza”, stati di amnesia, sdoppiamento di personalità, diverse personalità.
E’ da considerarsi assolutamente vero che si diventa se stessi attraverso un processo di perdita e di riduzione dei possibili? Quante persone ci sono in un io? Non è forse più elettrizzante essere molteplici, fluidi e mutevoli e non rinchiusi in una identità fissa e stabile?
Perché non vivere svariate volte invece di una sola?
Paola Francesca Barone







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