Sonia Loren / Vittorio Graziano: 50 Anni di Fotografia (1974 – 1924)
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Bio
Sonia Loren, nata a Chapecó (Santa Catarina, Brasile), è un’artista visiva. Si è laureata in Arti visive e ha conseguito un master in Cinema e realizzazione audiovisiva presso l’Università Comunitaria Regionale di Chapecó, sempre in Brasile. Attualmente sta frequentando un corso di specializzazione in Curadoria e Crítica de Arte presso la scuola Zait Ar di Berlino (Germania). È fondatrice e presidente dell›Associazione Adentro – Associazione di Artisti Visuali della Regione del Oeste di Santa Catarina dal 2010, e ha ricevuto numerosi premi a livello municipale, statale e nazionale. La sua ricerca artistica si esprime attraverso la fotografia, con cui cattura scene con tagli precisi e crea nuove immagini attraverso interferenze digitali, raschiature, l’uso di oggetti e altri esperimenti.
Nel suo processo creativo, esplora le possibilità di manipolazione dell’immagine, cercando di creare un legame tra cinema, letteratura, memorie affettive e collettive, e la poetica del divenire e del pulsare. Ha tenuto la sua prima mostra personale nel 2012, “Memórias de Outrora/Agora”, presso la Galleria d’Arte Dalme Marie Grando Rauen di Chapecó. Ha partecipato a mostre collettive e personali dal 2008. Ha partecipato alle edizioni della 13ª e 14ª Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Curitiba – Polo SC nel 2017 e nel 2019. Ha partecipato alla 14ª edizione del MedPhotoFest a Catania, in Sicilia, nel 2022 e ai Caffè Fotografici a Napoli nel 2023. Le sue opere sono presenti in collezioni nazionali e internazionali.
Ha ricevuto il Premio Internazionale Mediterraneum 2023 per la Fotografia d’Autore nel 2023
in Italia. Ha curato la mostra antologica 50 anni di fotografia di Vittorio Graziano in Italia nel 2024.
Ha partecipato al Monfest 25 in Italia, in collaborazione con il Festival di Fotografia di San Paolo e
alla Mostra fotografica “15 La Fotografia Oltre L’umano”, a cura di Ilaria Pisciottani, con un contributo
critico di Roberto Mutti, presso la Catharty Gallery di Milano, Italia, nel 2025.
A volte, nel corso della nostra vita, per risalire la china o la profondità del mare è necessario, davvero, toccare il fondo. E non basta, occorre che qualcosa o qualcuno possa aiutarti a riprenderti la vita che avevi smesso di amare o che avevi nascosto a te stesso.
Nel capolavoro di Franco Battiato, “la Cura”, la propria anima rimasta intatta, anzi migliorata con gli anni, superando le avversità del tempo e dello spazio, riesce a collocare sulle proprie spalle il flebile corpo che, al contrario dell’anima si è trasformato, invecchiato, acciaccato sotto il peso del tempo e della fatica di vivere.
Ricordo, come fosse ieri, un giorno di settembre, in quel di Acicastello, villeggianti dell’epoca, quando, ancora ragazzo, sfidavamo con i miei amici le prime onde del mare d’autunno. Conoscevamo a memoria tutte le rocce sottostanti il livello dell’acqua, riuscendo a “ammaestrare” il moto delle onde sugli scogli. L’ultimo giorno di quell’autunno del ’63, improvvisamente, un’onda anomala, alta più di cinque metri, si abbatte, prima degli altri, più vicini alla riva, su di me sommergendomi totalmente, sbattendomi schiena e gambe sugli scogli sottostanti, senza avere né la possibilità né la forza di risalire per tornare a riva.
E subito dopo un’altra onda ancora più violenta, riuscirà a togliermi totalmente forza e capacità di reagire. Non ricordo come e quando, sono riuscito a rivedere la luce del cielo e i miei amici che, più vicini alla riva, erano riuscito a mettersi in salvo. Evidentemente qualcuno si era preso “cura” di me per farmi riemergere e riprendere la mia vita che sembrava volesse spegnersi.
Il lavoro fotografico di Sonia Loren riesce a ritrasmetterci queste emozioni, riportandoci ad assaporare e a ricordare il necessario “colpo di reni” occorrente per reagire e per farci riemergere. La stessa sensazione, del corpo come anima e dell’anima che si prende in carico il proprio corpo per farlo rivivere, diventando quello di un’altra persona, nel caso di Sonia, non più una donna da sacrificarsi e sottomettersi, ma un’anima che chiede prepotentemente di vivere liberamente secondo il dettato della propria interiorità, non più schiava sottomessa, ma regina di vivere libere le proprie passioni e emozioni.
Le immagini di Sonia Loren accompagnano l’excursus dell’anima e della corporeità femminile che riesce a uscire fuori, sbaragliando concezioni antiquate e sottomissioni alle abitudini, ribaltando e rifiutando l’assuefazione di vivere il proprio universo femminile ossessionato da insicurezza, fragilità, inquietudine, dolore, incapacità ad amare, a volte anche di sopravvivere se non a vivere. Le immagini di Submersa rispecchiano, invece, la capacità di reagire alle disillusioni, potendo raggiungere, liberamente e con personalità, i propri obiettivi, ma anche gli affetti, gli amori e le ambizioni che la vita ci insegnerà ancora a esprimere.
Vittorio Graziano
Vittorio Graziano: 50 Anni di Fotografia (1974 – 1924)
Curatrice della Mostra: SONIA LOREN
“ Ti porto un’acqua dimenticata nella tua memoria:
seguimi fino alla fontana e scoprirai il suo segreto.”
Patrice de La Tour Du Pin, Le second jeu, Gallimard, p.106


Bachelard scriveva ne “La Poetica della Fantasticheria” che quando in solitudine, sognando più a lungo, ci allontaniamo dal presente per rivivere i tempi della prima vita, diversi volti di bambini ci vengono incontro. Dice che ce n’erano molti di noi nella vita già vissuta, nella nostra vita primitiva. Pensiamo alla memoria come a un campo di rovine psicologiche in cui i ricordi si accumulano e possiamo reimmaginare la nostra intera infanzia con i propri sogni ad occhi aperti di bambini solitari. Non solo un sogno ad occhi aperti per fuggire, ma un sogno ad occhi aperti liberi, pur di spiccare il volo. Qui sta la bellezza in noi, nei confini della nostra memoria. È ciò che ci spinge e ci anima, ci dà la libertà di creare. È nell’ordine della fantasia che possiamo esseri liberi.
Vittorio racconta nei suoi ricordi di essere stato un bambino solitario e che queste prime solitudini, queste solitudini infantili a cui Bachelard si riferisce, lasciano in certe anime ferite indelebili. Forse all’età di tredici anni ha trovato questa libertà quando ha ricevuto la sua prima macchina fotografica, regalatagli da suo papà, per diventare un “sognatore del mondo”. Tutto un mondo si aprirà a colui che si apre al mondo con gli occhi, con il cuore e con l’anima.
Cronologicamente, guardo gli anni dal 1974 al 2024 e una tenerezza mi invade nella prima foto intitolata, appunto “Tenerezza”. Quante volte un “puro ricordo” riesce a riscaldare un’anima che si ricorda?
Questa madre che accoglie tra le braccia il suo bambino addormentato e che ha lo sguardo su ciò che c’è nel “mezzo”, nel “mezzo” dello sguardo di Mariella madre e donna, ci tiene nello sguardo che ci “ferisce e ci mortifica” in modo così vero da trovare calore e tenerezza nella figura del bambino che colpisce lo sguardo del fotografo. Siamo tutti Mariella, siamo tutti il bambino che è ancora in noi. Uno stato d’animo, rifugi dal passato che accolgono e proteggono i nostri sogni ad occhi aperti. Mi soffermo anche sui volti familiari a Vittorio, occhi e gesti che parlano per raccontarci Elio, Roberto e Anna nel bianco e nero dello studio, al colore della vita di tutti i giorni. «Che sole o vento c’era in quel giorno memorabile?» Com’è bello il soggetto nella breve storia di un gesto.
Possiamo chiudere gli occhi e “ascoltare” il silenzio nella sala dell’antico Cinema Golden, inaugurato nel novembre 1974 (esattamente cinquanta anni addietro), quante storie apparentemente morte e sepolte sono attraversate da un rumore interiore, che non possiamo vedere, ma che la nostra fantasia cerca di salvare dalla scomparsa. Vittorio, progettista del cinema, ci racconta che gli piace ricordare il brusio e vocio nell’atrio, dovuti alla curiosità, la sera dell’inaugurazione. Cinema affollato. L’atrio e la sala si sono accesi di azzurro e marrone, col soffitto grigio chiaro.
Chi non ricorda l’indimenticabile “Nuovo Cinema Paradiso”? Ricchi della colonna sonora del grande Ennio Morricone, i ricordi di Graziano creano che il nostro sguardo occupa questo spazio nel tempo della sua opera e la sua trama prende i nostri sensi, ci porta a far parte della memoria che non ci appartiene, ma ci rende complici. Un rapporto emotivo con il passato, il desiderio di occupare il proprio posto.
Possiamo anche ritrovare nelle pulsioni creative del fotografo, la sperimentazione dei colori nelle fantasticherie dualistiche del maschile e del femminile, in uno dei suoi primi dipinti, intorno ai 18/20 anni, “Simbiosi” e nelle fotografie a volte sature che portano calore alle giornate grigie internamente, la precisione geometrica nelle foto di architettura, in Italia e all’estero, in varie località dove ha viaggiato, come “Il mio Brasile“, dove ha vissuto e lavorato per un lungo periodo, soprattutto negli anni ’70 e ’80, influenzato dall’adesione al Foto Cine Clube Bandeirantes di cui, orgogliosamente, ne ha fatto parte.
Vittorio ha fotografato il carnevale colorato e gioioso, la semplicità della gente per le strade e gli enormi pannelli pubblicitari creando un racconto, nel momento esatto in cui qualcosa o qualcuno si trova davanti al suo sguardo curioso e preciso. Lo sguardo di uno straniero in un paese che gli ruba il cuore. Questo sguardo continuerà per tutta la sua vita, con la fotografia di strada nei piccoli o anche nei grandi dettagli, in ciò che nessuno vede, o passa inosservato nella frenetica routine delle persone.
Vittorio si muove sempre con grande scioltezza attraverso i propri suoi diversi percorsi fotografici e ritrovando gli elementi a cui fa riferimento Roland Barthes in Camera Chiara, dallo Studium al Punctum, siamo sedotti dai suoi sogni ad occhi aperti in ogni sguardo ai suoi ritratti di uomini, donne, bambini o oggetti, come nell’opera “La Calza Rossa”. Anche se per caso, il fotografo riesce a trovare il momento migliore, il kairos del desiderio.
Guardando l’anima della fotografia, sia essa “una” verità o sia pure “una” menzogna allo stesso tempo, un’immagine è ciò che decidiamo di farne. Quante pagine servirebbero per 50 anni di ricordi fotografici, della vita che lì circolava? Se la vita è l’arte dell’incontro, troviamo un Vittorio riconciliato nella sua profondità e nella sua superficie. Si appartengono “superando le correnti gravitazionali”.
Con le parole stesse di Graziano per un testo della mia opera “Submersa”, il corpo come anima, vorrei qui ricordare un piccolo brano “A volte, nel corso della nostra vita, per risalire la china o la profondità del mare è necessario, davvero, toccare il fondo”. Nel capolavoro di Franco Battiato, “La Cura”, la propria anima rimasta intatta, anzi migliorata con gli anni, superando le avversità del tempo e dello spazio, sale a collocare sulle proprie spalle la flebile corporeità che, contrariamente all’anima, si è trasformata, invecchiata, acciaccata sotto il peso del tempo e del fatto di “dovere vivere.”
Vittorio scrive con luce infinita inquietudine, immagini che si svolgono come pensieri. Una fortuna per noi spettatori nella diversità delle sensazioni e delle esperienze che derivano dal contatto con l’opera. Ma da quale remota epoca siamo venuti a quell’ora? L’orologio delle stagioni…
SONIA LOREN, Curatrice della Mostra
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